Perché non il tennis a San Marco?

“Rah-et”, in arabo antico si pronuncia rachèt, è la nostra racchetta e voleva dire “palmo di mano”. I rapporti tra Venezia e l’Oriente sono sempre stato molto stretti. Perfino il termine arsenale è arabo, dar-ar-sinaā, ovvero casa dell’industria. I francesi nel medioevo lo chiamavano “jeu de paume”, ovvero gioco con il palmo di mano, oppure pallacorda. Poi dal francese tenez, indicativo di tenere, è diventato “tenes”, tradotto nella lingua universale, l’inglese, in “tennis”. Sport, come il calcio che non hanno inventato loro, ma che è diventato sport moderno grazie a loro. A proposito, sport, dal francese antico “desport ” ovvero divertimento, origine latina, come il nostro “diporto”. Siamo sempre lì, noi creiamo e loro inventano il termine.

Fatto sta che a Venezia esiste una calle de la racheta , un ponte de la racheta , un sottoportico de la racheta. Già, fin dal Quattrocento si giocava alla pallacorda, ovvero tennis, come testimonia un bellissimo quadro conservato alla Fondazione Querini Stampalia di Gabriel Bella. Il “giuoco della racchetta” del 1770. Organizzate dalle agguerrite Compagnia de la Calza. Con tanto di spettatori, rete, palla a strisce blu e rossa e racchette, praticamente come quelle di oggi.

Fabio Sapori, venezianissimo, 67 anni, è un conosciuto istruttore federale di tennis. È proprietario del Green Garden, uno dei più bei centri sportivi del Veneto, in Comune di Venezia. Lo vediamo in foto assieme a Roger Federer e altri eroi storici del tennis internazionale, come il vecchio John Newcombe. Una vera icona.

Ha organizzato il Venis Open ATP e finali di Coppa Davis. Ha un sogno nel cassetto che coltiva fin da ragazzo. Portare una sfida internazionale a Piazza San Marco. Ma proprio davanti alla Basilica di San Marco? Chiederete voi. Esattamente. Volti del tennis internazionale da Djokovic a Nadal, da Medvedev a Tsisipas, passando ai “nostri” Berrettini e Sinner. Atleti famosi in un contesto famosissimo. Sognare non costa nulla, realizzare questo progetto un po’ di più.

Diciamo che il legame storico racchetta-tennis-Venezia, risale addirittura al medioevo. Nel ‘400 erano proprio le Compagnie della Calza a organizzare i tornei. Anche se una leggenda dice che fu una donna greca originaria di Corfù, tale Agai, a importare questo passatempo. Addirittura il primo libro sull’argomento, uscito guarda caso dalle tipografie veneziane nel 1555, era il “Trattato del giuoco della palla” di Antonio Scaino da Salò. Saggio serio che fissa le regole del gioco. Credo si tratti del primo documento sportivo nella storia europea.

Anche se il “jeu de paume” o pallacorda era diffuso Oltralpe. Scaino riporta di una querelle con Alfonso II d’Este, giocatore accanito e imbroglione che tentava di cambiare le regole del gioco in corsa. E parla di fissare le norme per questo “intertenimento “ che abbina qualità cavalleresche e strategie militari. Per Scaino il tennis “tiene il corpo in forma e affina l’ingegno!”. Venezia nel Cinquecento aveva tre “palestre”. Per i poveri, per i borghesi e per i nobili. Questi ultimi giocavano in Calle dei Botteri a San Cassiano, vicino Rialto, “ma doverosamente prima di metter veste”, ovvero i 25 anni, quando dovevano entrare in Maggior Consiglio.

Poi i patrizi avevano anche la palestra ai Birri, poco distante dalla casa del Tiziano, i borghesi in calle dei Botteri, sempre non lontano da Rialto, i “poveri” in calle de la Racchetta, a Cannaregio, sestiere popolare, vicino alla Misericordia. Si parla anche di una palestra di pallacorda dietro il monastero di Santa Caterina ai Gesuiti, di proprietà delle reverendi madri. Famoso, una specie di Panatta, il tennista Pasquale Cicogna, che non ne perdeva una. Contro di lui giocarono Carlo VI e Carlo VII, il re di Polonia, Cristiano, il re di Danimarca, gli Elettori di Magonza e Baviera. Più noto il tennista Federico di Sassonia, forse perché ad ogni partita lasciava 4 ducati di mancia ai custodi.

Lo storico Fabio Mutinelli nel suo celebre “Lessico Veneto” del 1852 descrive il tennis Serenissimo: “consisteva nel lanciare di sbalzo e di forza una palla di panno blu orlato di rosso”. Nelle “Curiosità veneziane”, del 1872, Giuseppe Tassini ricorda Zuane Spinola che gestiva la palestra a Cannaregio. “Antenato del giuoco della racheta era, fin dal medioevo, la pallacorda, così chiamata perché la palla veniva lanciata oltre una corda tesa che divideva gli avversari…”

C’è talmente tanta storia veneziana nel tennis mondiale che organizzare un Wimbledon a piazza San Marco vale uno smash che può fare il giro del mondo. Importante che la palla non colpisca i mosaici della Basilica.

Fonte : enordest.it

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