Caso Alex Schwazer

      Nessun commento su Caso Alex Schwazer

Le vicende giurisportive degli ultimi tempi hanno riportato alla luce la vicenda di Alex Schwazer, ovvero uno dei casi sportivi più controversi tra quelli dibattuti dalla giustizia (sia sportiva che ordinaria).

Le vicende connesse alla positività al controllo antidoping del 1 gennaio 2016 da parte dell’atleta altoatesino si sono svolte su un binario parallelo che potrebbe, tuttavia, congiungersi all’esito del procedimento penale incardinato presso la procura di Bolzano.
La peculiarità di questo procedimento risiede nel fatto che, mentre dal punto di vista disciplinare la vertenza è stata trattata da organi di Giustizia Sportiva Internazionale (WADA, TAS), in ambito penale se ne dibatte in seno all’ordinamento giuridico nazionale.

Potrebbe apparire ai più un paradosso il fatto che il contesto endogeno preveda una trattazione su scala internazionale, mentre quello penale la preveda su base nazionale.

Già questa premessa ci espone ad una sostanziale differenza rispetto ai “normali” procedimenti disciplinari che, a seguito della riforma del Codice di Giustizia Sportiva CONI, dal 2014 devono scontare una sorta di posizione dominante del procedimento ordinario, tale da poter sospendere i termini dell’azione disciplinare sin tanto non venga definita la vertenza penale per i medesimi accadimenti.
Nella fattispecie, il caso Schwazer si differenzia per aver tratto matrice da una positività al controllo antidoping che, come tale, prevede forme ed organi di giustizia sportiva specifici.

Risulta, infatti, di dominio pubblico la circostanza secondo cui la positività, rilevata a seguito del controllo antidoping svoltosi a Capodanno del 2016, venne comunicata a ridosso della prova olimpica sui 50 Km di marcia che si sarebbe tenuta di lì a pochi giorni.

Competizione che avrebbe visto il marciatore italiano tra i favoriti considerato come nella prova di Coppa del Mondo, tenutasi a Roma poche settimane prima, avesse dimostrato d’esser tornato su livelli di eccellenza, dopo la squalifica di 3 anni e 6 mesi (divenuta successivamente di 3 anni e 9 mesi) inflittagli a seguito della positività ad un precedente controllo antidoping che gli comportò un primo stop per doping poco prima dei Giochi Olimpici del 2012.
Tralasciando l’iter successivo alla prima positività, mai posta in discussione da Schwazer (che, vieppiù, in ambito di giustizia ordinaria patteggiò una pena di 8 mesi), quanto accaduto dal 2016 ad oggi merita un cenno anche in relazione alle vicende giudiziarie.

Prima di citarne i passi principali è doveroso ricordare come ai fini di rendere effettivamente credibile la propria “redenzione di atleta”, Alex Schwarzer avesse nel frattempo chiesto ed ottenuto di essere allenato da Sandro Donati, un tecnico da sempre impegnato nelle battaglie contro il doping nonché garante assoluto della “pulizia” biologica degli atleti che è solito allenare.

La comunicazione della positività di Schwazer al controllo del 2016 venne resa nota, come detto, in prossimità della gara olimpica di Rio.

Per dimostrare la propria innocenza, all’atleta non restò che chiedere un’ udienza con procedura d’urgenza avanti al Tribunale Arbitrale di Losanna, all’esito della quale gli venne comminata la squalifica di anni 8 in anche in considerazione dello status di recidivo.

Secondo la versione dell’atleta, a differenza di quanto accaduto nel 2012, la positività era frutto di un sabotaggio nei suoi confronti, presumibilmente ideato dopo l’eccellente risultato ottenuto al rientro alle competizioni in occasione Coppa del Mondo. Il piano gli si sarebbe stato ordito contro a causa della preoccupazione che avrebbe attanagliato i dirigenti della IAAF i quali non avrebbero visto di buon occhio che un atleta precedentemente sanzionato per doping “rischiasse di salire sul podio olimpico” oltre che per “punire” il proprio tecnico, da sempre critico nei confronti del sistema posto in essere dalla WADA.

Iniziava pertanto una battaglia presso la procura di Bolzano, sede naturale del procedimento per frode sportiva nei confronti di Schwazer, che veniva contestualmente investita di un ulteriore procedimento, quest’ultimo su impulso dell’atleta, intento a dimostrare una manipolazione delle urine sottoposte a controllo.

Le risultanze della perizia disposta dal GIP dI Bolzano, dott. Walter Pellino, alimentavano dubbi in merito all’autenticità delle urine contenute in almeno una delle due provette, fatte pervenire presso il laboratorio di Colonia, per essere presente un numero di picogrammi per microfiltro assolutamente inusuali.

A ciò si devono aggiungere altre circostanze tra le quali spiccano un sospetto ostracismo da parte del laboratorio di Colonia nel collaborare con gli organi di Giustizia Ordinaria ed un sospetto scambio epistolare (a mezzo posta elettronica) tra dirigenti WADA che dimostrerebbe la manomissione e/o la contaminazione delle urine.

Al momento, il procedimento penale sconta l’attesa di una nuova perizia disposta sulla scorta di queste anomalie le quali, per la prima volta, autorizzano un briciolo di fiducia da parte della difesa dell’atleta che vorrebbe vedere riabilitata la sua immagine. Ciò anche in virtù del contenuto dell’ordinanza che non esclude la tesi del complotto e che accerta la possibile presenza di un movente non solo nei confronti di Schwazer ma anche del suo tecnico

Risultando, però, il procedimento per doping da tempo definito, al fine di ottenere una sospensione cautelare del periodo di squalifica che traesse motivazione dall’ordinanza succitata, Schwazer si vedeva costretto ad adire il Tribunale Federale di Losanna, ovvero l’organo presso il quale è possibile impugnare le decisioni del TAS.
Risulta evidente la connessione tra giustizia ordinaria (almeno dal punto di vista della competenza funzionale) e sportiva nel momento in cui una pronuncia di natura giurisportiva, emessa da un organo arbitrale, viene impugnata avanti al Tribunale Federale Svizzero.
Organo, questo ultimo, che può essere paragonato alla Corte di Cassazione che vige nell’ordinamento Italiano.

Per la cronaca, la richiesta di Schwazer, presentata il 5 dicembre 2019, veniva respinta con motivazione resa nota pochi giorni orsono, secondo cui il Tribunale Federale Svizzero non ritiene che dal contenuto dell’ordinanza del GIP di Bolzano siano emersi dei fatti nuovi tali da riaprire il procedimento sportivo.

Pronuncia, quest’ultima, coerente con i principi della normativa antidoping che non prevedono una sorta di revisione in caso di nuovi eventi (nella fattispecie derubricati a meri indizi) quali referti presuntivamente successivi alla sentenza TAS.

Altro effetto, viceversa, sarebbe destinata a rivestire una pronuncia in ambito penale che effettivamente dimostrasse la manipolazione delle provette, per la quale si dovranno attendere i tempi della nuova perizia, con sequenziale accertamento che il fatto, consistente nella condotta dopante di cui alla frode sportiva, non sussiste.

Di sicuro, dal punto di vista della competenza funzionale, il caso de quo è interessante per comprendere come la giustizia sportiva e penale possano intersecarsi.

Come anticipato, dal punto di vista giurisportivo, i procedimenti per doping scontano un percorso diverso dai “normali” procedimenti disciplinari in seno alle singole federazioni. Senza considerare la circostanza secondo cui, nella fattispecie, il procedimento innanzi al TAS si sia svolto nelle forme della procedura d’urgenza.

L’autonomia della giustizia sportiva è stata del tutto rispettata; e lo è ancor di più nel momento in cui il Tribunale Federale non prende assolutamente in considerazione il quadro indiziatorio emerso dall’ordinanza del GIP di Bolzano, sostenendo la non comprovata presenza di fatti nuovi e rigettando il ricorso.

E’ evidente come trattasi di un organo di giustizia ordinaria che nella fattispecie agisce a mezzo di una specifica competenza sportivo-disciplinare, andando a dibattere di una pronuncia propria di un organo (TAS) che ha comminato una sanzione di natura disciplinare ancorché in materia di doping.

La questione, però, come più volte ribadito dalla difesa di Schwazer non è da ritenersi conclusa poiché un’eventuale pronuncia del Tribunale di Bolzano, che accertasse l’effettiva manomissione delle urine o delle modalità non regolari alla base del controllo antidoping, eliminerebbe dalla scena la condotta che ha portato alla squalifica dell’atleta per il quale si aprirebbero le porte della completa riabilitazione.

Non vi sarebbe pertanto un’invasione meritoria della Giustizia Ordinaria in ambito disciplinare; ci troveremmo innanzi ad una situazione per cui la condotta per la quale l’atleta è stato sanzionato verrebbe meno per non essere fattualmente ed oggettivamente riconducibile allo stesso.

Con il sequenziale effetto di veder comunque rispettate le singole competenze di giustizia sportiva (internazionale) e ordinaria (nazionale).

L’atteggiamento da evitare è quello di giungere alla conclusione affrettata secondo cui un’assoluzione in ambito penale comporti automaticamente la stessa definizione assolutoria nel contesto sportivo; ciò poiché l’eventualità del compimento di un illecito sportivo è ravvisabile anche in assenza di reato.

Si deve, piuttosto, pervenire alla conclusione secondo cui la non sussistenza del fatto in ambito penale, se del caso declarata a seguito di elementi nuovi rispetto al momento in cui si è tenuto il processo disciplinare, provochi l’annullamento ex tunc delle sanzioni del TAS, residuando comunque l’astratta possibilità che la medesima condotta integri parametri di altra fattispecie di illecito.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *